L’opinione di Antonio Iovino. Salernitana: storia di un amore calpestato

Ciò che negli ultimi giorni sta vivendo la Salernitana è un qualcosa che difficilmente, una squadra che vive la fantastica esperienza della promozione in massima serie, può immaginare di affrontare. Al netto degli aspetti tecnici, che in questo momento non hanno neanche tanto peso, rischiare il fallimento solo perché si è raggiunti uno dei punti più alti della propria storia è un qualcosa a dir poco paradossale. Iniziamo con lo spiegare, a chi, per distrazione o scarsa propensione all’apprendimento, non avesse ancora compreso appieno cos’è la Salernitana: è un patrimonio della città, non solo una squadra da tifare. È la massima espressione della “salernitanità”, è un amore da condividere con un figlio, è una storia da tramandare e onorare, è sostegno ogni oltre ragionevole dubbio, è sacrifici, è il battito che aumenta con l’avvicinarsi della partita, è una fede impressa sulla pelle. Ma andiamo con ordine. Circa sette mesi fa, l’11 maggio, i granata, con la vittoria 0-3 in casa del Pescara, raggiungevano la Serie A dopo oltre vent’anni d’attesa. Il paradiso dopo anni di sofferenze, umiliazioni e risultati poco esaltanti, spesso mediocri. Un viaggio in prima classe per chi, da una vita, s’arrangia come può e gode solamente quando il destino, spesso nemico, si distrae per qualche minuto. Un sogno che nemmeno il più positivo dei tifosi avrebbe potuto immaginare di osservare dal vivo; un qualcosa che, date le premesse, è accaduto perché, probabilmente, non si pensava nemmeno che potesse succedere davvero. Ma il fato, che sì, va detto, questa volta aveva concesso più di un episodio fortunoso a Castori e compagni, è subito tornato sui suoi passi, prosciugando il più in fretta possibile le gocce di buona sorte che avevano cominciato ad accarezzare i sogni dei tifosi della Salernitana. I festeggiamenti, infatti, non sono stati tali fino in fondo. Oltre al Covid, ad avvolgere quel contesto sulla carta gioioso, da un alone di scura tristezza, le strazianti morti di alcuni tifosi, che hanno colpito in pieno petto e hanno tolto il fiato. Perché una tragedia in un contesto di esplosiva felicità, se possibile, fa ancor più male. Il tempo, però, continua a scorrere, non si ferma nemmeno innanzi alle lacrime, e Salerno, seppur ferita nel profondo, ha cercato di continuare a sognare. Un mercato più che mediocre, l’arrivo di Ribery, un’estate a sperare nell’arrivo di una nuova proprietà, il desiderio di lasciarsi il passato romano alle spalle. Il trust. Un’iscrizione al campionato fuori tempo massimo, sei mesi di tempo per vederla, la snervante attesa, i dubbi, le ipotesi, la voglia di vedere lontano dalla città chi si è sentito padrone di una passione che invece è libera e appartiene solamente ai tifosi. Il campionato scorre veloce, i sogni salvezza pian piano – ma neanche troppo – soffocano definitivamente, sconfitta dopo sconfitta, gol subito dopo gol subito. Un film che non ha fatto altro che seguire un copione già scritto, dove la sfortuna ha più volte fatto la comparsa ma in cui il protagonista assoluto è stato chi, per giochi di potere lontani anni luce dai valori dello sport e dall’amore dei tifosi per la Salernitana, ha prima allestito una squadra da – ad esser generosi – Serie B, e poi ha deciso di portare la stessa ad un passo dal fallimento. Sì, perché nel caso in cui non avvenisse una cessione definitiva, il prossimo 31 dicembre la compagine guidata da mister Colantuono verrebbe estromessa dal campionato senza proroghe ed eccezioni e la Salernitana sarebbe costretta a ripartire dalle serie dilettantistiche. Ebbene, a prescindere da come andrà a finire, si tratta di una pagina di calcio molto triste in cui, Salerno e i tifosi, si trovano ad essere vittime principali e protagonisti. Il tifo granata si è sempre contraddistinto per passione e amore in tutti gli stadi ed in qualsiasi situazione, perché i sentimenti vanno oltre ogni risultato sportivo, anche il più amaro. Curve rivali e giocatori avversari hanno mostrato la loro ammirazione nei confronti dei sostenitori granata, un campione immenso come Ribery ha ammesso di essere qui perché la sua energia, la sua benzina, è proprio quell’amore immenso, differente, esternato dai salernitani. Quando, però, gli uomini che hanno fatto indigestione di potere calpestano, senza nemmeno molte difficoltà, tutto ciò che di bello e positivo può essere calpestato -storia, sogni, sacrifici e appunto, sentimenti- vuol dire che qualcosa è andato storto, significa che il calcio ha perso la propria partita più importante: quella a difesa e sostegno dei tifosi. Salerno, comunque, anche se fosse nel campionato meno prestigioso d’Italia, continuerà ad amare la propria squadra. Propria e di nessun altro.

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