giovedì, Marzo 4, 2021

Capitale della cultura 2022. Procida, dopo il romanzo della Morante è diventata l’isola di Arturo

Un auspicio alla ripartenza dalla pandemia, in nome della grande bellezza del sud: natura, paesaggio, eco-sostenibilità, poesia, musica. Cultura, che abbraccia la Campania Felix tutta, da sempre fertile di cultura viva che non cede all’omologazione e alla globalizzazione.

È uno scrittore del Nord, Alessandro Baricco a dichiarare: “Procida merita pienamente il riconoscimento. Qui si respira una filosofia lieta e leggera, qui si vive tra la gente di mare e quindi del mondo”. Il riconoscimento, invero, è un ottimo segnale per i comuni più piccoli, luoghi minori che diventano capitali. Già Michele Prisco ne “il cuore della vita” (1995) evidenziava come l’Italia minore, la provincia, lontana dal frastuono e dalla fretta delle grandi città, sia luogo di sentimenti, di valori, di tradizioni, di autenticità da raccontare. Eloquenti i messaggi di concreta condivisione delle istituzioni, degli intellettuali, degli artisti. Plaude la rivista “Silarus”, spaccato di cultura dal secondo novecento (1961) ad oggi, che tanto spazio negli anni ha riservato alla Morante e all’isola di Arturo. Solo alla letteratura il privilegio di sostituirsi alla geografia, soggiogata anch’essa dalla fascinazione della scrittura. Procida, dopo il romanzo della Morante è diventata l’isola di Arturo nelle agenzie di viaggio, un termine di fantasia è diventato un termine geografico. D’altronde tutto il nostro linguaggio è fatto di ricalchi letterari, nomi propri sono diventati comuni, basti pensare per tutti alla perpetua manzoniana… È molto significativo che la Morante sia entrata in questo stupendo gioco di lingua letteraria che diventa lingua comune. E, mentre risuonano all’orecchio le note della “Procidana”, la malinconica barcarola di Peppe Barra e sfilano davanti agli occhi le immagini del “Postino”, di Massimo Troisi che recita Neruda, di fronte al mare di Procida, diviene suggestivo pensare che le ceneri della Morante, in ossequio alla sua volontà, furono trasportate dal cimitero Verano di Roma, si proprio quello de “La Storia” e di “Aracoeli”, fino alla spiaggia dell’isola di Arturo.

…Le sue ceneri volarono via, tra l’azzurro del cielo e il turchino cangiante del mare, simile alla foschia violetta del suo sguardo, come farfalline d’argento. Addio alla pesantezza dei tempi per vivere finalmente la grazia degli angeli, l’innocenza dei “ragazzini che salveranno il mondo”.

Ritrovare per sempre il mare amniotico del suo Arturo e fondersi con lui con cuore fanciullo nel “mistero delirante dell’amore (Jean Noël Schifano – Il Mattino, 11 settembre, 1989, Ai piedi dell’ottavo colle).

Un omaggio alla Morante e all’isola di Arturo dal direttore di Silarus, Lorenza Rocco Carbone studiosa appassionata della Morante, da “Ripensando Elsa” (2001) a “il mondo salvato dai ragazzini” (ed. 2013) (nel centenario della nascita di Elsa Morante), all’edizione 2020: “Elsa, la vita come romanzo”; a “Fantasia di elzeviri”. “Rinascita e ripartenza con l’isola di Arturo in corso di stampa, la descrizione morantiana de “L’isola di Arturo”

L’isola di Arturo

Le isole del nostro arcipelago, laggiù, sul mare napoletano, sono tutte belle.

Le loro terre sono per grande parte di origine vulcanica; e, specialmente in vicinanza degli antichi crateri, vi nascono migliaia di fiori spontanei, di cui non rividi mai più i simili sul continente. In primavera, le colline si coprono di ginestre: riconosci il loro odore selvatico e carezzevole, appena ti avvicini ai nostri porti, viaggiando sul mare nel mese di giugno.

Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste fra grandi scogliere. Fra quelle rocce torreggiando, che sovrastano l’acqua, fanno il nido i gabbiani e le tortore selvatiche, di cui, specialmente al mattino presto, s’odono le voci, ora lamentose, ora allegre. Là, nei giorni quieti, il mare è tenero e fresco, e si posa sulla riva come una rugiada. Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei d’essere uno scorfano, eh e il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua.

[…] I Procidani sono scontrosi, taciturni.

Le porte sono tutte chiuse, pochi si affacciano alle finestre, ogni famiglia vive fra le sue quattro mura, senza mescolarsi alle altre famiglie. L’amicizia, da noi, non piace. E l’arrivo d’un forestiero non desta curiosità, ma piuttosto diffidenza. Se esso fa delle domande, gli rispondono di malavoglia; perché la gente, nella mia isola, non ama d’essere spiata nella propria segretezza.

Sono di razza piccola, bruni, con occhi neri allungati, come gli orientali. E si direbbero tutti parenti fra di loro, tanto si rassomigliano. Le donne, secondo l’usanza antica, vivono in clausura come le monache. Molte di loro portano ancora i capelli lunghi attorcigliati, lo scialle sulla testa, le vesti lunghe, e, d’inverno, gli zoccoli, sulle grosse calze di cotone nero; mentre che d’estate certune vanno a piedi nudi. Quando passano a piedi nudi, rapide, senza rumore, e schivando gli incontri, si direbbero delle gatte selvatiche o delle faine.

Esse non scendono mai alle spiagge; per le donne, è peccato bagnarsi nel mare, e perfino vedere altri che si bagnano, è peccato.

[…] A Procida, le case, da quelle numerose e fitte giù al porto, a quelle più rade super le colline, fino ai casali isolati della campagna, appaiono, da lontano, proprio simili a un gregge sparso ai piedi del castello. Questo si leva sulla collina più alta, (la quale fra le altre collinette, sembra una montagna); e, allargato da costruzioni sovrapposte e aggiunte attraverso i secoli, ha acquistato la mole d’una cittadella gigantesca. Alle navi che passano al largo, soprattutto la notte, non appare, di Procida, che questa mole oscura, per cui la nostra isola sembra una fortezza in mezzo al mare.

Da circa duecento anni, il castello è adibito a penitenziario.

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