Articolo di Franco Poeta
Ci sono date che, dopo essere entrate nella nostra vita, non tornano più ad essere giorni come gli altri. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto di tre anni fa, mentre la Chiesa entrava nella solennità dell’Assunzione di Maria, Francesco Caiola concludeva la sua breve esistenza terrena. Aveva sedici anni. Un tumore rarissimo aveva attraversato gli ultimi anni della sua vita, costringendolo troppo presto a confrontarsi con il dolore, con la paura, con domande che nessun ragazzo dovrebbe essere chiamato ad affrontare. Eppure, a tre anni di distanza, quando si pensa a Francesco la prima parola che viene in mente non è malattia. E neppure dolore. È vita. Perché Francesco la vita l’amava. Profondamente. La amava nella sua famiglia, negli amici, nella scuola, nella parrocchia. La amava nelle passioni di un ragazzo della sua età, vissute con entusiasmo e curiosità. E amava costruire con i Lego. Passioni diverse, eppure capaci di raccontare qualcosa di lui: la voglia di conoscere, di appassionarsi, di partecipare. Di non guardare la vita da spettatore. Accanto a Francesco c’erano papà Gianmaria, mamma Palmira e la sorella maggiore Giorgia. Una famiglia nella quale la fede cattolica non è mai stata qualcosa da esibire o semplicemente da dichiarare, ma un modo di attraversare la quotidianità dell’esistenza. Una fede che aveva anche un luogo concreto nel quale crescere, confrontarsi e diventare servizio: l’Azione Cattolica, nella quale Francesco e tutta la sua famiglia erano impegnati. Francesco quella fede l’aveva respirata in casa, ma aveva imparato a farla sua. A viverla insieme agli altri. A portarla nelle relazioni, nelle amicizie, nelle cose di ogni giorno. Soprattutto, aveva dimostrato che credere non significa rifugiarsi in un arido fideismo, né distogliere lo sguardo dalla realtà quando la realtà diventa difficile. La sua era una fede capace di stare dentro la vita. Dentro la gioia e dentro il dolore. Dentro le domande, le speranze, le amicizie. Persino dentro la malattia. Una fede vissuta con serenità e con una gioia che non era inconsapevolezza di ciò che gli stava accadendo. Al contrario. Francesco sapeva. E proprio per questo la sua capacità di continuare ad amare la vita acquistava una forza ancora maggiore. Lo avevano capito prima di tutti i suoi amici. Quelli della scuola, della parrocchia, dell’Azione Cattolica, del tempo libero. Ragazzi con i quali non aveva bisogno di essere un simbolo o un esempio: poteva semplicemente essere Francesco. E poi lo avevano capito i “grandi”. Gli adulti che, incontrandolo, rimanevano colpiti dalla sua semplicità, ma anche dalla chiarezza e dalla forza delle sue idee. E, negli ultimi anni, dal coraggio con il quale affrontava la prova che gli era toccata. Anche l’ospedale, inevitabilmente, era diventato parte della sua vita. Durante uno dei ricoveri al Policlinico Gemelli di Roma accadde qualcosa che Francesco e la sua famiglia avrebbero custodito tra i ricordi più particolari di quel tempo: Papa Francesco, anche lui ricoverato al Gemelli in quei giorni, andò a trovarlo. L’incontro tra un Papa e un ragazzo di sedici anni dentro un ospedale potrebbe facilmente trasformarsi, raccontandolo, in un’immagine solenne. Ma forse è più bello lasciarlo nella sua semplicità: due persone, due Francesco, che si incontrano nel luogo nel quale la fragilità rende tutti più umani. E un ragazzo che, anche dentro la malattia, continuava a ricevere e a donare incontri, sorrisi, parole. Ma c’è un particolare della vita di Francesco che oggi sembra quasi contenere una piccola chiave per comprenderlo. Quei Lego che amava tanto. Piccoli pezzi, ciascuno diverso dall’altro, apparentemente insignificanti se presi da soli eppure capaci, quando trovano il proprio posto accanto agli altri, di dare forma a qualcosa che prima non esisteva. E quindi non è un caso che proprio da Francesco e dal segno lasciato dalla sua vita, pochi mesi dopo la sua morte, sia nata, per volontà di quelli che l’amavano, un’associazione di volontariato con un nome che sembra racchiudere tutto questo: “Pezzi Unici”. Pezzi unici come sono le persone. Perché nessun essere umano è intercambiabile. Nessuno è un pezzo di ricambio. Ognuno porta con sé una storia, un talento, una fragilità, una possibilità che appartengono soltanto a lui. Ma essere unici non significa essere soli. È questa forse l’intuizione più bella custodita in quel nome: i pezzi unici, quando scelgono di unirsi, possono costruire qualcosa di grande. Proprio come accadeva nelle mani di Francesco. E allora quella sua passione di ragazzo diventa oggi quasi una metafora della vita che ha lasciato agli altri. Il mondo non è qualcosa che ci viene consegnato già terminato. È una costruzione incompiuta. Possiamo limitarci a guardarlo oppure possiamo prenderne un piccolo pezzo e provare a renderlo migliore. Francesco aveva imparato a guardarlo con amore, ma non con ingenuità. Amare il mondo non significa pensare che sia già perfetto. Significa credere che possa diventare migliore e sentire la responsabilità di fare la propria parte. Un pezzo dopo l’altro. Un gesto dopo l’altro. Una persona accanto all’altra. Forse è anche per questo che, dopo la sua morte, il dolore non è rimasto soltanto dolore. Da quel dolore è nata un’associazione. Sono nate persone che hanno deciso di mettersi insieme. È nato il desiderio di trasformare una mancanza in presenza, il ricordo in impegno, l’amore ricevuto in amore da restituire. Non cancella l’assenza di Francesco. Non potrebbe farlo. Per Palmira e Gianmaria, per Giorgia, per i suoi amici, resta il vuoto irriducibile di un figlio, di un fratello, di un amico che avrebbe dovuto avere davanti una vita intera. Sedici anni sono troppo pochi. E la fede stessa, quando è autentica, non chiede di fingere che il dolore non esista né offre facili spiegazioni davanti a una morte così precoce. Chiede, semmai, di continuare ad affidarsi. E assume allora un significato intimo, che non ha bisogno di essere spiegato, quella notte tra il 14 e il 15 agosto. La notte dell’Assunzione di Maria. Per una famiglia che ha cercato di fare della fede una dimensione quotidiana dell’esistenza, è un particolare da custodire con delicatezza. Senza pretendere di decifrare il mistero o di trovare risposte dove le risposte umane non bastano. Ma con quella speranza cristiana che permette di pronunciare la parola “Cielo” anche quando il cuore continua a fare i conti con un’assenza incolmabile. Tre anni dopo, Francesco continua così ad essere presente. Nel ricordo di Palmira, Gianmaria e Giorgia. Nei suoi amici. Nella comunità parrocchiale e nell’Azione Cattolica che sono state parte della sua crescita. Nelle persone che lo hanno incontrato. E in quei “Pezzi Unici” che oggi portano avanti, attraverso il volontariato, qualcosa che è nato dal segno lasciato dalla sua esistenza. Forse il modo più bello per ricordarlo non è allora domandarsi soltanto perché una vita sia durata così poco. È domandarsi quanto amore sia riuscita a generare. Francesco ha avuto soltanto sedici anni per costruire la sua parte. Ma alcuni dei pezzi che ha messo insieme sono ancora qui. Sono la sua famiglia. Sono i suoi amici. È la fede vissuta senza ostentarla. Sono le persone incontrate in un’aula di scuola, in parrocchia, nell’Azione Cattolica, davanti a una partita o nella stanza di un ospedale. Sono tutti coloro che, avendolo conosciuto, hanno ricevuto qualcosa da lui. E altri pezzi continuano ad aggiungersene. Uno accanto all’altro. Pezzi unici. Come Francesco. Capaci, insieme, di costruire qualcosa di grande.
Articolo di Franco Poeta










