L’analogico non muore mai: è con queste parole che potremmo spiegare il fenomeno che da anni ha preso piede in tutto il mondo e che coinvolge diversi settori. Uno su tutti, quello della fotografia. In un’epoca contraddistinta da estrema velocità e finzione artificiale, un rullino e una macchina fotografica diventano un’ancora di salvezza per chi sente l’esigenza di rallentare, godersi l’attimo, l’imperfezione e l’essenza delle cose. Emilio Donadio, titolare di DP66, questo lo ha capito bene e per tale ragione ha deciso di far evolvere il proprio negozio di fotografia a conduzione familiare – attivo a Salerno dal 1966 – in un punto di riferimento, conosciuto a livello nazionale, per tutti gli amanti dell’analogico, puntando tutto su un’arte che solo a un occhio distratto potrebbe apparire superata. Quindi, ce lo confermi, l’analogico è vivo? Sicuramente l’analogico, con l’avvento del digitale, ha vissuto un momento di poca diffusione dato che, per ovvi motivi, tanti grandi produttori avevano rallentato la produzione delle pellicole. Poi le cose sono cambiate, soprattutto con l’avvento dei social. I ragazzi tra i 17 e i 29 anni, infatti, hanno cominciato a cercare qualcosa che fosse sia reale che autentico, che potesse essere tangibile come lo sono i negativi e che potesse offrire un’esperienza differente dallo scattare con il proprio telefono, a prescindere dal risultato finale. Un altro elemento rilevante che, secondo me, ha dato nuova linfa all’analogico può essere ritrovato nel cinema. Ancora oggi, infatti, molti registi – vedi, tra gli altri, Tarantino e Nolan – girano i propri film a pellicola, conferendo al prodotto finale un carattere unico che con il digitale non può essere ottenuto. Come si è evoluta la fotografia analogica in questi anni? L’evoluzione principale riguarda la possibilità di poter scansionare i negativi e di non dover ricorrere necessariamente alla stampa. Il 90% delle persone che scattano, infatti, vuole la scansione: si sceglie l’analogico per vivere un’esperienza differente e tangibile, e si opta per la scansione per poter avere le propria foto in digitale da poter pubblicare sui social senza, però, alcun tipo di ritocco. Chi si approccia di solto a questo mondo? Osservando il pubblico che si rivolge alla mia attività ritengo che questa pratica sia ormai trasversale, anche se sicuramente, come detto, ci sono tanti giovani che si avvicinano a questo mondo. Non manca, ovviamente, chi ha sempre scattato in questo modo e continua a farlo anche e soprattutto adesso. Va detto, inoltre, che persino grandi brand, ormai, comunicano ricorrendo all’analogico e questo aiuta sicuramente a capire la portata del fenomeno. Un consiglio che daresti a chi vuole iniziare (o ricominciare)? Il mio non è un vero proprio consiglio ma un invito a scegliere una fotografia che è più intima, lenta e personale, che avvicina il fotografo al soggetto che scatta e stimola curiosità passo dopo passo. Dunque possiamo concludere dicendo che si tratta di un’esigenza e non di un trend? Probabilmente l’una non esclude l’altra: il trend nasce perché c’è l’esigenza, soprattutto da parte dei giovani, di vivere, come detto, un’esperienza più vera e reale, che pone il concetto della memoria e del ricordo sotto una luce relativamente inedita. C’è la volontà, dunque, di seguire la propria curiosità e di vivere quello che potremmo definire un “aspetto sociale passato”, che ad oggi è più presente che mai.
Articolo di Antonio Iovino










