sabato, Marzo 7, 2026

Stephen Bantu Biko, l’eroe antiapartheid sudafricano dimenticato

Articolo di Sara Carbone

Credit photo: Daily Dispatch

Il 12 settembre del 1977, moriva a Pretoria il fondatore e leader del Black Consciousness Movement

Ciò che io vidi fu una totale caricatura dei suoi tratti. C’era una grossa botta sulla fronte, i lineamenti erano alterati e tutta la zona sotto il naso e gli occhi era oltremodo sporgente. […] Gli occhi di Steve erano aperti e avevano una freddezza opaca, argentea. Il corpo non era affatto scomposto. La grande dignità di Biko era ancora lì, ma ciò che era impressionante era il netto contrasto fra quei lineamenti animati in vita e il vuoto piatto dell’espressione nella morte. (Donald James Wood)

Il 12 settembre 1977, moriva a Pretoria, Stephen Bantu Biko, attivista antiapartheid, fondatore e leader del Black Consciousness Movement, filosofo esistenzialista, «giftedman», dalle parole di quanti ebbero modo di conoscerlo personalmente. Una lesione cerebrale, causa scatenante del decesso, riportata per effetto di un colpo alla testa, mentre si trovava nelle carceri della Polizia di Sicurezza di Port Elizabeth, era degenerata in insufficienza renale, ecolalia e stato di iperventilazione. Arrestato nella tarda serata del 18 agosto, Biko era stato trattenuto in carcere completamente nudo, ammanettato alle mani e ai piedi e legato a una grata. Il processo inchiesta che seguì la sua morte, sollecitato dal giornalista Donald James Wood e conclusosi il 30 novembre dello stesso anno, non individuò né colpevoli né indiziati. Solo nel 1997, cinque ex agenti della polizia segreta di Pretoria confessarono di aver ucciso Stephen Bantu Biko.

Tendayi Sithole, docente di Filosofia presso la facoltà di Scienze Politiche della University of South Africa, ha scritto che Biko è un corpo, un enigma e uno spettro che ancora oggi ci perseguita, una «persona che rimane ancora con noi».

Uomo dal «pensiero vivace», dalla «superba articolazione delle idee e una forza mentale pura», dotato di un eloquio potentissimo e di una conoscenza della lingua inglese, improbabile per un giovane Xhosa di umili origini, Biko era nato il 18 dicembre 1946 a King William’s Town, nella Provincia Orientale del Capo, in unmomento storico in cui, in Sudafrica, l’apartheid si avviava a raggiungere il massimo della sua manifestazione e i maggiori leader che si opponevano al sistema venivanoconfinati a Robben Island o banditi e sorvegliati dalla Polizia di Sicurezza. Come tutti gli altri neri sudafricani, Biko era un potenziale corpo alienato da sé stesso, un «guscio vuoto»: nel clima di pianificata “ingegneria sociale” che caratterizzò gli anni Cinquanta e Sessanta nel Paese, i neri, infatti, erano stati progressivamente ridotti a “gusci vuoti” – «empty shell», scriveva Biko in uno dei suoi articoli più significativi dal titolo We Blacks. La logica sottesa a tutti i provvedimenti governativi, soprattutto quelli riguardanti la scuola e l’istruzione universitaria, aveva come scopo la separazione sociale, non solo più fisica degli abitanti del Paese, ma anche culturale e mentale. A tale scopo, si agì sui contenuti e sulle forme di espressione della cultura dei neri: la loro storia passata venne riscritta e trasfigurata, ridotta a «una somma di pratiche superstiziose, guerre intestine e continui tentativi di fuga dal dominio di un tiranno» (Biko); si pose addirittura una tara sulla loro capacità evolutiva del pensiero ed essi diventarono «simboli perfetti di esistenza vegetativa e limitata» (Achille Mbembe); nelle occasioni pubbliche, non potevano esprimersi nella loro lingua madre per cui fu compromessa la loro possibilità di esternareconcetti complessi.Ogni cosa doveva concorrere a collegare il bianco a tutto ciò che era positivo e il nero a tutto ciò che era negativo; Frank Wilderson, in proposito, ha detto che i neri furono ridotti ad assenza a livello cartografico, a livello politico e del soggetto. Il soggetto nero, un “guscio vuoto”, semplicemente non era più e vedere un nero fu, a poco a poco,come vedere il nero, con tutte le connotazioni negative che la cultura occidentale attribuisce a tale colore; un nero poteva essere definito in termini positivi solo come assenza e non poteva più dirsi “persona” ma “flesh”, “carne”, rappresentazione della concettualizzazione zero dell’umano, testimonianza degli esercizi di disumanizzazione perpetuati dalle società razziste (Roy Porter). L’occupazione del Sudafrica non fu dunque, come tutte le occupazioni del resto, un’occupazione esclusiva della terra perché, come ha scritto Fanon: «Non esiste un’occupazione della terra con un’indipendenza delle persone. […] Sono l’intero paese, la sua storia, la sua pulsazione quotidiana a essere contestati, sfigurati, nella speranza di un definitivo annientamento. In queste condizioni, la stessa respirazione dell’individuo è osservata e occupata. È una respirazione di lotta». I neri del Sudafrica di Biko erano “flesh”; la loro respirazione era quella della lotta ed essi vivevano ildramma linguistico di unbilinguismo che non era scelto ma subito.

Chi ha conosciuto Biko ha raccontato che, al di là della sua conoscenza impeccabile della lingua inglese, era dotato distraordinaria capacità di convincere gli altriattraverso un uso parsimonioso delle parole e di trasmettere le sue idee soprattuttoattraverso il corpo.; la sua oratoria era specialmente fisica ed era impossibile non avvertire la sua presenza di corpo cosciente ovunque egli si trovasse. La sua aura di leader, che non poteva certo derivargli dal contesto e dalle circostanze, né, banalmente, dalla sua altezza – oltre un metro e ottanta – e dalla sua corporatura massiccia di «pugile di pesi massimi», derivava solo da sé stesso: convinto che la lingua con la quale ci si esprime fosse una forte espressione identitaria e un mezzo potente operante soprattutto nelle scuole, Biko esercitò il suo fascino in quanto padrone dell’atto di parola che è mezzo di ancoraggio alla Storia, al passato; il suo popolo, invece, vittima di un dramma linguistico e di conseguenza di amnesia storica, era stato sospinto fuori dalla Storia, aveva smesso di essere “persona”, era statoreificato eridotto a “guscio vuoto”, per cui semplicemente “non era”.

In quanto corpo cosciente, “persona” e padrone dell’atto di parola, Biko, laico e libero da ogni appartenenza politica, aveva concesso il meno possibile al processo di annientamento pianificato dai bianchi ed incarnava, agli occhi di questi, un avversario temibilissimo: le sue deposizioni in tribunale, veri e propri capolavori di eloquenza, destabilizzavano tanto la classe dirigente afrikaner quanto i liberal britannici; i suoi scritti, rivelatori di un pensiero radicale senza sbavature, colpivano in modo «più potente di una pistola» (Sithole). Lasua messa al bando per cinque anni, a partire dal 26 febbraio1973, può essere letta come il primo tentativo di colpirlo in quanto“persona” e di umiliarlo: la misura di asfissiante sorveglianza cui fu sottoposto fu un modo, come raccontò a Woods, per «fargli sentire il fiato sul collo», il primo passo per “occuparlo” metaforicamente come corpo, per soggiogarlo alla “respirazione della lotta”. Quando poi, all’arresto seguì la prigione, Biko – nudo e legato a una grata –smise definitivamente di essere “persona”; divenne un corpo in cattività e, come scrive Hortense Spillers, «un corpo in cattività non è un corpo, ma è “flesh”» e cioè realtà guardatacome “non entità”, come una cosa che non ha nulla a che fare con l’essere umano.

Biko, in carcere, smise di essere “persona” in quantocolpito nel corpo, nel pensiero e nel linguaggio.L’iperventilazione procuratagli divenne simbolo della “respirazione della lotta”; l’ecolalia, la metafora dellinguaggio non sorretto «dal peso della civiltà» (Fanon); il corpo, generalmente espressione potentissima di una civiltà, denudato e legato. Annientato. Messo in ridicolo, nel recinto.

La morte di Biko fu l’unico mezzo possibile per restituirlo alla sua dignità di “persona”,una «persona che rimane ancora con noi».

In un mondo folle, confuso, lui rimaneva lucido, equilibrato e buono. […] Pensavo fosse indistruttibile. Ovviamente mi sbagliavo sul suo corpo, gli avevo attribuito le stesse qualità del suo spirito trascendente. Continua a vivere infiammando migliaia di cuori e di menti (Trudi Thomas).

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